Il Global Day of Action al tempo della riapertura della scuola

Foto scattata da Michele Lapini in una discarica di Bologna. Il lavoro mostra chiaramente e in maniera facilmente verificabile come materiali ancora buoni e recuperabili siano stati eliminati per far posto a nuovi preziosissimi banchi


Oggi è il Global Day of Climate Action, la prima data in cui, dopo l’inizio della pandemia, decine di migliaia di persone scenderanno in piazza per chiedere giustizia climatica e ambientale.
Come Rete BESSA e Fridays For Future Bologna vogliamo contribuire alla mobilitazione di oggi riportando uno spaccato dello stato di salute della scuola pubblica italiana nel confrontarsi con le due crisi, climatica e sanitaria, che stiamo vivendo. L’articolo non ha pretese di esaustività. Però è un tentativo di intrecciare due movimenti diversi, quello sulla scuola (pensiamo in particolare a Priorità alla Scuola) e quello sul clima, che entrando in dialogo possono aprire prospettive dirompenti.
Oltre a pubblicarlo sul blog, stanotte ne abbiamo attaccato una versione ridotta ad alcune scuole di Bologna.

Cinque minuti di salute
Dopo un intero semestre di chiusura, pochi giorni fa hanno riaperto le scuole di ogni ordine e grado. La riapertura ha acceso immediatamente un forte dibattito: come può essere garantita una riapertura sicura in questa fase? E con quali costi, dal punto di vista della sostenibilità tanto ambientale quanto economica, in un settore già profondamente definanziato e impoverito?

La mancanza di risposte a queste domande incide immediatamente su di noi: il messaggio che sta passando è che la “salute” sia solamente “non prendere il Covid”. Non dimentichiamo che ci sono una serie di conseguenze della gestione dell’emergenza che ci pioveranno addosso a breve.

Il mito della modernizzazione
L’Italia oggi sconta un forte ritardo per quanto riguarda l’ammodernamento edilizio e l’efficientamento energetico. Le strutture scolastiche, così come quasi tutte le strutture pubbliche, disperdono tantissimo calore ed energia. In un tale momento di crisi e di dibattito sugli investimenti opportuni, è necessario un serio ripensamento dei sistemi di riscaldamento e di alimentazione energetica, tramite lavori edilizi e la costruzione di una rete di distribuzione elettrica peer to peer che permetta di sfruttare al meglio l’elettricità proveniente dalle rinnovabili.

Per pensare globale e agire locale anche nel contesto del mondo dell’istruzione bisogna mettere in discussione le scelte di acquisto di mezzi tecnologici che permetteranno di modernizzare la scuola e adattarla alla nuova fase post pandemia. i materiali con cui sono costruiti derivano da minerali estratti in aree del mondo impoverite dal sistema economico che ha consumato e deteriorato il clima fino al punto in cui ci troviamo.

Un esempio sono i famosi dispositivi elettronici, ora diventati ancor più necessari vista la passione nei confronti della DaD: la prima misura del Governo dopo la chiusura delle scuole è stata finanziare la distribuzione di tablet e computer in nome di un “inclusività” che poi si è rivelata impossibile. Al momento, il Governo sta mantenendo questa linea e ogni riferimento alla “modernizzazione” della scuola è sinonimo di “digitalizzazione” come se questa fosse la panacea di ogni male. Non dimentichiamo che il funzionamento di questi dispositivi si basa su materie prime estratte in paesi tra i più poveri del mondo che conoscono una nuova fase di neo-colonialismo, con tanto di sfruttamento del lavoro minorile e devastazione dell’economia nazionale. Un tablet inquina meno di un libro?

Una scuola usa e getta
L’inizio dell’anno scolastico pone anche altre nuove urgenze. Si sta innestando e rafforzando la dinamica dell “usa e getta” e il rischio è che sia destinata a rimanere. L’abuso di plastica è sotto gli occhi di tutt* (pensiamo alle mense scolastiche) e tocca chiedersi se l’utilizzo della plastica sia sempre così necessario. Di certo non lo sarebbe stato se si fosse investito in organico e spazi e si fossero create delle classi bolla. Senza contare il fatto che non esiste un piano di smaltimento per il numero impressionante di Dispositivi di Protezione Individuale. Tutta questa plastica in qualche modo non ci abbandonerà più. Finirà nei territori, nei mari, nel nostro sangue, nei nostri polmoni.

Alla riapertura scopriamo anche che gli strumenti lasciati a scuola a marzo sono stati gettati, in alcuni casi perché “dovevano essere disinfettati”: peccato che gli oggetti lasciati intoccati da Marzo sono assolutamente Covid-free. Lo stesso vale per altri oggetti: come testimoniano le foto di Michele Lapini, la corsa ai banchi ha fatto sì che banchi e cattedre vecchi, perfettamente utilizzabili, sono stati mandati in discarica.

Siamo fagocitati in un meccanismo che privilegia per definizione ciò che è nuovo e il resto può essere buttato. E il dubbio, vista il cosiddetto “personale-Covid”, è che questa logica valga pure per le persone.

Il panico dei trasporti
A Bologna l’inquinamento raggiunge picchi altissimi, superando anche di tre volte i limiti imposti dall’OMS. Indagini di Citizen Science come quella condotta dal comitato Aria Pesa hanno mostrato come le zone con maggiore concentrazioni di particolato atmosferico sono proprio quelle in prossimità delle scuole, che in questa particolare fase sono raggiunte sempre più tramite trasporto privato che tramite trasporto pubblico o mobilità dolce. La gestione grottesca della sicurezza nei trasporti ha fatto sì che l’auto sia considerata il mezzo più sicuro. Questo perché gli enti locali si sono ben guardati dall’aumentare le corse dei mezzi pubblici e i numeri delle persone a bordo sono alti. Tralasciando il fatto che i mezzi non si sono adeguati agli ingressi scaglionati nelle scuole, lasciando autentici vuoti nel trasporto.

L’azienda dei trasporti TPER, pur essendo in attivo, continua a mantenere un costo altissimo e proibitivo degli abbonamenti. In tempi di campagna elettorale, il Presidente della Regione Emilia Romagna prometteva la gratuità del trasporto pubblico per tutti i giovani. Di questa promessa non sappiamo nulla. Ciò che sappiamo è che a livello nazionale il tema della mobilità si è risolto con una serie di Bonus per le biciclette, su cui si poggia una coltre di mistero. Senza contare che nel frattempo non è aumentato il numero delle piste ciclabili e raggiungere alcune scuole è oggettivamente pericoloso.

Tutto questo ha un costo, che si tradurrà in un aumento dell’inquinamento. In pochi mesi, a causa della non-gestione dei trasporti da parte degli enti locali, siamo andati indietro di decenni .

Saperi ecologisti, saperi critici
Vogliamo ripensare la scuola come uno spazio di condivisione di saperi, che possano portare con sè anche un’ottica fortemente ecologista. Non ci accontenteremo di poche ore di educazione ambientale all’anno in cui privati colpevoli come Eni trovano spazio per divulgare un’idea di responsabilità individuale che distrae dall’origine sistemica del cambiamento climatico.

Occorre farla finita con l’idea che sia sufficiente fare la differenziata o riciclare per risolvere la situazione. Con la logica per cui se c’è un aumento della temperatura a livello globale la colpa è dei singoli. Limitarsi agli insegnamenti di piccole pratiche quotidiani, estremamente limitate per quanto giuste, significa assumere una prospettiva consolatoria e falsificante del problema. Evidentemente è più facile insegnare il riciclo che combattere un problema sistemico e capillare come il global warming. Ma è proprio quest’ultimo lo scoglio da affrontare.

Per questo vogliamo creare spazi in cui l* student* possano confrontarsi e connettere stimoli differenti, affiancati da docenti a cui devono essere garantiti gli strumenti di formazione e autoformazione. È necessario lasciare spazio all’interno delle scuole per far raccontare il cambiamento climatico a chi lo combatte quotidianamente, scienziat* e ricercatric* ma anche attivist*! Il contatto fra i movimenti per la giustizia climatica e i luoghi della formazione è fondamentale per realizzare un reale cambiamento di sistema!

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