Che fine hanno fatto i secondi? – Viaggio per il mondo alla ricerca di un tempo senza ansia valutativa


Il mondo sta cambiando e la scuola con esso. Ma non è tutto nuovo quello che stiamo vedendo. Nelle nuove parole d’ordine e nei mezzi che utilizziamo si nascondono vecchie idee ora pronte ad esplodere. L’idea di ranking, il fideismo tecnologico, l’ansia valutativa. Occorre farsi un bel viaggetto per capire cosa succede e come reagire. Mettetevi comodi: è un viaggio in tre tappe. Oggi pubblichiamo la prima puntata.

 

EPISODIO 1 – La DAD in California

Integrati! Anzi no: apocalittici! Anzi no integrati!

La ministra Azzolina a maggio 2020 dichiarava che la dad era stata un grande successo. La stessa ha poi affermato (gennaio 2021) che la dad non funzionava più.
Poco da preoccuparsi, dal momento che oggi abbiamo un Ministro nuovo di zecca… Solo che Patrizio Bianchi è stato in realtà molto vicino alla ex-Ministra. Lo abbiamo visto in azione il 9 Giugno, mentre presentava le sue proposte per la scuola post-lockdown in qualità di Coordinatore del Comitato esperti che ha affiancato Azzolina (l’audizione è ancora visibile qui). Di quell’audizione suggeriamo l’analisi pubblicata da ROARS. Sebbene recentemente Bianchi abbia – anche lui- sollevato dubbi sulla DAD, è facile capire come l’impianto del suo discorso sia molto legato al digitale, e più in generale al privato.

Agli Stati Generali della Scuola Digitale (SGSD) si osservava che, mentre all’indomani del lockdown c’è stato un grande impegno da parte dei/delle prof. nella dad, in un secondo momento questa è apparsa come il più grande dei problemi della scuola.

Tutto questo spettro di posizioni sembra rispecchiare la nota dicotomia di Umberto Eco tra apocalittici e integrati. È come se che tutto il mondo della scuola sia passato dal primo polo – una posizione di entusiasmo eccessivo nei confronti della dad – al secondo, vedendo quindi in essa tutto il male del mondo. E noi dove ci collochiamo?

“Scusi, lei insegna?”

Ci fossero anche dei/delle docenti a discutere di questo tema, forse il discorso sarebbe differente. Nessun* si fa sfiorare dal sospetto che il rigetto della didattica a distanza possa venire dalle “sensate esperienze” degli insegnanti (come fa notare De Michele in un suo articolo), mentre sembrerebbe più saggio fermarsi a metà tra i due poli, e non essere poi cosi pessimisti, anche perché, comunque, come ci fanno notare dagli SGSD, “dobbiamo fare i conti con l’ambiente digitale”.

Certo, che qualche problema la DAD lo abbia avuto lo ammettono anche le relatrici degli SGSD, ma, secondo loro, laddove la dad non ha funzionato è perché non eravamo preparat*. Tant’è vero che ci siamo dovuti inventare dei nomi nuovi per cose che esistevano già: DAD per e-learning, DDI per blended learning. Anche i registri si sono aggiornati: alle assenze e ai ritardi si sommavano le assenze parziali di quegli studenti che si addormentavano alla prima ora e alla seconda smettevano di rispondere all’appello. Senza contare i vari PIA e PAI, inventati all’occasione del lockdown. Tutta roba da recuperare in un POI mai ben definito.

“Andrà tutto bene”

È il delirio, si sa. Ma non per questo dobbiamo scoraggiarci e temere l’apocalisse informatica: la virtù sta nel mezzo e noi, virtuosi, cerchiamo la virtù del virtuale. In fondo il ragionamento è chiaro: se la dad non ha funzionato è perché la scuola non era adatta al digitale. Basta cambiare la scuola, cambiare la didattica, cercare una pedagogia adatta e “andrà tutto bene”. Gambe in spalla, allora. Cambiamo pedagogia, cerchiamone una nuova.

Ma cambiare pedagogia significa cambiare l’idea di società ad essa sottesa. Siamo pure dispost* a cambiare tutto, ma prima di farlo in nome del digitale – di questa specifica forma di digitale che ci viene richiesta- chiediamoci che idea di società ci sarà mai a monte di una pedagogia adatta alla DAD, alla DDI, alla blended o a quello che ci viene suggerito nelle circolari. Chiediamoci dove ci portano queste idee. Pare ci portino in California.

Le retoriche sul digitale e l’ideologia californiana

Più che una novità totale, la DAD sembra finalmente l’occasione che la scuola italiana aspetta da anni. La strategia di Lisbona 2000 aveva come obiettivo quello di fare dell’Europa la società della conoscenza. Pena: perdere il primato nella competizione globale. Cosa che peraltro è avvenuta.
Chiaramente la scuola ha un ruolo determinante in questo processo e in una società dove la conoscenza è sempre più fluida, diffusa, e dove ognuno può costruirsi il proprio percorso cognitivo individuale, la tecnologia è la chiave per il successo. Poco importa che le piattaforme di adesso siano progettate per non farci uscire dal loro ristretto ambito allo scopo di estrarre valore dalle nostre azioni. È ciò che Massimo Airoldi ha definito “cultura algoritmica”:

«quando quattro miliardi di stimoli automatizzati, derivanti dall’incessante elaborazione computazionale delle nostre tracce digitali, deformano le lenti attraverso cui vediamo e immaginiamo la realtà che ci circonda» (“L’output non calcolabile”, in AA. VV. Datacrazia, 2018).

Non è questo l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere un percorso di ricerca e costruzione della conoscenza?

Sotto i colpi della pandemia finalmente crollano le resistenze del corpo docente a questo cambiamento epocale: il digitale entra a scuola, indietro non si torna: finalmente sono spalancate le porte del progresso (ops! non progresso: innovazione!).
Certo, sono porte fatte di materiali estratti in Congo grazie al lavoro minorile, ma che importa? Mica ci si arriva in Erasmus!

Raccolta manuale del cobalto ad opera di ragazzini (fonte: The Guardian)

Della materialità di tutto ciò se ne perde traccia. Anzi, il discorso diventa tenace e suggestivo, come si vede chiaramente dagli interventi degli SGSD (ci vuole stomaco però e non dite che non vi avevamo avvertit*).

Certo, a 20 anni da Lisbona è possibile o addirittura probabile che un laureato faccia il rider e non il “creativo” (qualunque cosa questa parola voglia dire), mentre gli psicologi sono al lavoro per capire che danni abbia fatto la dad agli/alle student*.

Vale davvero la pena di andare a fondo nella decostruzione del discorso egemone sul digitale, cosa efficacemente fatta in diversi testi e riassunta molto bene nel libro di Gui “Il digitale a scuola”. Ci limitiamo ad evidenziare alcune connessioni, che già Gui ha rilevato, tra la retorica ormai trentennale sul digitale (che si è trasferita in modo evidente al discorso sulla dad) e l’ideologia neoliberista.

Lo stesso Gui, infatti, riprende Barbrook e Cameron per definire come l’ideologia californiana sia entrata in Europa. Secondo questi due studiosi (qui un loro articolo tradotto in italiano), l’ideologia californiana è “un mix di cybercultura, liberismo economico e controcultura libertaria”, e “combina lo spirito libertario degli hippies con lo zelo imprenditoriale degli yuppies”. In un ottica di determinismo tecnologico, in cui la semplice immissione di tecnologie dispiega automaticamente un potenziale di liberazione, questa ideologia illustra in maniera estremamente semplice e suggestiva un complesso di cambiamenti che sarebbero altrimenti difficili da leggere in una cornice unitaria.
Sempre secondo Barbrook e Cameron, questa tendenza non ha perso tempo a penetrare anche il discorso politico europeo ed è possibile trovarne tracce esplicite nel Bangemann report del Consiglio Europeo del 1994 (è sulla base di documenti del genere che molti finanziamenti europei sono stati orientati nella direzione dell’investimento tecnologico).

Codin’ in USA

Come tutte le rivoluzioni tecnologiche poi, il portato visionario ha investito anche il mondo dell’educazione al punto che la tecnologia non è parsa più solo un supporto, qualcosa in grado di migliorare il processo di apprendimento, ma addirittura libererebbe un potenziale creativo finora inimmaginabile.

La mascotte di scratch, noto linugaggio di programmazione didattico

Chi lavora nella scuola primaria conosce bene l’entusiasmo e l’aura che circonda il mondo del coding, termine-ombrello per contenere tutto ciò che ha a che fare con l’informatica, anche se in realtà si dovrebbe riferire solo alla codifica di algoritmi. Non è difficile rintracciare elementi ideologici di questa natura nella pedagogia ad esso legata e sviluppata, ad esempio, da Resnick e ancora prima in quella di Papert.

Proprio sul coding vale la pena di soffermarsi: è interessante infatti sottolineare che i presupposti didattici su cui l’insegnamento della programmazione ai bambini si basa sono ampiamente condivisibili. Ciò che colpisce è l’atteggiamento spesso militante di chi si impegna in questo contesto: sembra che tutt* debbano imparare a programmare a prescindere e questo genera un proliferare di attività di divulgazione in merito (ma anche investimenti di magnanimi inquinatori) che non ha eguali per altre metodologie didattiche altrettanto valide. Per esempio: suonare è istruttivo quanto il coding, ma Carl Orff non è mai andato in giro a raccontare di come avesse convinto sua mamma ad imparare la marimba.
E’ qui che l’elemento ideologico sembra emergere con forza: qualunque cosa legata alla tecnologia assume il carattere di una missione capitale e non più rimandabile.

Giochi di parole

Il linguaggio in questo contesto è fondamentale: parole come hackathon, coding, edutainment ormai pervadono anche le indicazioni ministeriali (lo segnala, ad esempio, Boarelli nel suo libro “Contro l’ideologia del merito“).
E d’altronde, non è sulla base di scelte lessicali che agli SGSD è stata decretata la scarsa preparazione della scuola italiana?
Attenzione! Non è snobismo linguistico, anglofobia: è il significato e le pratiche connesse che ci importano. Non è un caso che tutte queste parole rimandino alla sfera ludica. Nel marketing aziendale si chiama gamification: rendere tutto simile a un gioco in modo da tenere l’utente “engaged”.

E a scuola? Se è documentato che la capacità attentiva si riduce fortemente davanti ad uno schermo, siamo noi docenti che dobbiamo rendere le lezioni più accattivanti, più simili a webinar, magari con infografiche e animazioni. Non educatori ma influencer: questo è e-learning, mica dad, sfigat*!
Non ci sentiamo sporch* a osservare chi riesce a svolgere lezioni su Tik Tok, ciò che ci preoccupa è semmai lo stile di sapere in pillole, parcellizzato e rigorosamente friendly che viene veicolato.
Richieste di sforzarsi a questi modelli arrivano adesso anche dai dirigenti, ma fin da subito ci sono stati collegh* solerti che hanno fatto di youtube la loro aula.

Questo sfumare del confine tra lavoro (o studio in questo caso) e gioco o tempo libero è tipico dell’ideologia californiana. Barbrook e Cameron:

“the cultural divide between the hippie and the ‘organisation man’ has now become rather fuzzy.”

 

Fine del primo episodio. Ora con calma: se diciamo gastronerie non offendetevi, siamo solo insegnanti e di errori ne facciamo parecchi. Le cose basta dirle: scriveteci! La prossima volta vi portiamo a Parigi negli anni Settanta, saremo in Italia surfando negli ultimi 4 decenni e poi ci allacceremo alle menti che la scuola italiana intende produrre.

Confronto alla pari professor*-student*, riflettiamo sulla scuola

Sarà per questo che non si può deviare dal programma?


Pubblichiamo un dialogo-intervista che abbiamo avuto con tre student* del Liceo Fermi di Bologna. Ci siamo conosciut* per la prima volta a Ottobre durante nella piazza dei Fridays For Future, dove anche noi abbiamo preso parola.
Con il ritorno della Didattica A Distanza ci siamo vist* di nuovo e abbiamo fatto qualche chiacchiera. Noi avevamo in testa un percorso lasciato in sospeso da Febbraio scorso, fatto di laboratori da condurre insieme a student*, loro avevano voglia di un confronto sulla scuola e sulla loro situazione. Ne è uscito, per il momento, un articolo pubblicato su Periscopio, il giornale del Liceo Fermi. L’articolo è firmato da Clara Mascellani e riporta le diverse voci di quei dialoghi. Lo pubblichiamo volentieri, in attesa di una nuova occasione di confronto.

Tre studenti di quinta del nostro liceo si sono incontrati per dialogare con insegnanti facenti parte di Rete Bessa.
Ma prima conosciamoli…

STUDENTI: cos’è e come è nata rete Bessa?

PROFESSORI: È nata durante l’occupazione della caserma Sani, l’anno scorso è stato sgomberato XM24, a fine novembre fu occupato; in quell’occupazione iniziammo a mettere in contatto realtà diverse, creando un punto d’appoggio e d’incontro tra professori, in cui poter lavorare circa il nostro modo di fare didattica; e riflettere sulla scuola attuale e su ciò che non funziona

STUDENTI: Cosa non vi soddisfa?

PROFESSORI: Si dice in gergo che la scuola è il luogo di riproduzione sociale; apparentemente mette tutti sullo stesso piano, invece sono molto visibili i disequilibri sociali,perpetuando i privilegi dei più fortunati. Non ci piacciono gli etichettamenti verso chi ha una qualunque difficoltà di apprendimento, secondo noi è possibile partire tutti dallo stesso livello, lavorando un pochino. Inoltre la scuola statale è troppo basata su un organizzazione dall’alto: c’è troppa poca democrazia partecipata e diretta, da chi effettivamente sta a scuola, da chi la fa; durante il lockdown è emerso molto: le decisioni vengono prese sempre da altri. Potremmo parlare ancora a lungo…
Ah e non ci piacciono i voti, a voi i voti piacciono?

STUDENTI: Il concetto di voto nella scuola è giudicare il tuo sapere, ma spesso sembra un giudizio sulla persona,uno che non va bene a scuola si sentirà sempre dire e penserà di essere un buono a nulla. Inoltre non si studia in base ai propri interessi ma in base al prof severo, perché i voti hanno conseguenze.

PROFESSORI: Il problema è quando l’intera vita dello studente, dallo studio, all’apprendimento e alla partecipazione in classe, è finalizzata al voto, tutto è guidato da un fine estraneo all’oggetto stesso del lavoro, ci si abitua fino a sei anni che ogni cosa che fai deve avere un profitto materiale, questo sottrae senso alle nostre azioni: il punto non è imparare storia, il punto è: mi serve un otto, quell’ attività è privata di senso. L’altro giorno riflettevo sull’etimologia della parola scuola: dal greco skholé, ovvero “tempo libero”, la scuola è il tempo libero, che non è occupato dagli affari e dagli impegni; il tempo che dedichi ad un accrescimento personale; studiare, per il cittadino greco,era il tempo migliore che si potesse dedicare a se stessi. La logica dell’affare, dell’investimento, del guadagno, nella cultura classica era opposta a quella dello studio; ora a scuola troviamo parole di lessico economico, come profitto scolastico,crediti, debiti, e non è un caso, perché alla fine degli anni cinquanta, degli economisti hanno cominciato a valutare il rendimento scolastico come un investimento del capitale; il capitale umano, i semi di conoscenza di ognuno, per poi fruttare questo capitale. Noi siamo dentro a questa logica, io vado a scuola per vendere la mia competenza.

STUDENTI: Oggi non lo considererei tempo libero, credo di aver perso molto estro creativo al liceo; mi dispiace che ci sia questo disinteresse generale nell’andare oltre al voto: uno è felice se ha preso un bel giudizio, anche se per farlo non ha appreso niente, basta il bel voto.

PROFESSORI. Questo è dettato da una forma di resistenza, perché o fate così o il voto ha comunque conseguenze nella vostra vita; siete giustificati. Alle superiori ti viene dato uno schemino che devi sapere; uscire da quello è molto difficile, noi abbiamo fatto il liceo, però non abbiamo imparato a dire queste cose dentro il liceo, ma con le esperienze. Io vorrei dire che una scuola senza voto non è utopistica, esistono realtà, che si chiamano scuole libertarie, ma ciò che sembra irrealizzabile è farlo nella scuola italiana, sarebbe bello richiedere degli spazi di sperimentazione dentro alla nostra scuola statale.

STUDENTE. Per esempio, momenti di accrescimento personale, per me lo sono state le assemblee: raro momento di dibattiti e confronti su argomenti di attualità.

PROFESSORE. Allora io mi chiedo, perché non riuscire a portare questi momenti anche nella didattica di tutti i giorni? Se l’assemblea funziona come momento educativo, perché non fare una richiesta da parte di tanti studenti, che a gran voce chiedono di fare una lezione partecipata e di confronto? Per riflettere circa il periodo in cui vivete.

STUDENTE. raramente succede,ma sembra che la scuola sia strutturata in modo che gli studenti abbiano poca voce in capitolo, anche solo guardando da chi è composto il consiglio d’istituto: noi siamo in 4 a rappresentare 1600 alunni, poi ci sono 4 genitori e 8 professori.

PROFESSORI. Siamo d’accordo sul fatto che avete poca voce in capitolo; da parte nostra , sganciarsi dalla linea ministeriale del programma, è complicato, ma non impossibile. Noi dovremmo ragionare maggiormente sulle vostre esigenze;la simmetria di questo rapporto non deve essere di potere, ma una simmetria di esperienza, di conoscenze e di pratica. Per fare il professore devi insegnare qualcosa che ti appassiona moltissimo, la scuola dovrebbe ruotare attorno ad un concetto di entusiasmo: essere appassionato da un lato e lasciarsi appassionare dall’altro, condividere entusiasmo in modo bilaterale.

STUDENTE: forse la scuola è così perché la società è così, ci insegnano che l’ignoranza rende schiavi e il sapere liberi, che studiando il mondo impari a ragionare, però …

PROFESSORE. Però Tutto diventa finalizzato a qualcosa, studi per un tornaconto personale: è diventata una scuola utilitaristica, possiamo dire di volere una scuola in-utile?

Assemblea della Rete NazioAnale TFQ – Tavolo scuola


Come Rete Bessa siamo stat* all’assemblea della rete NazioAnale TFQ, partecipando al tavolo scuola. L’incontro è stato entusiasmante e pieno di stimoli che ancora una volta ci spingono ad esplorare e costruire percorsi di resistenza all’eteronorma che innerva il nostro sistema educativo, la scuola e persino il nostro stesso modo di essere educatrici/educatori.
Pubblichiamo qui il report del tavolo scuola che si trova anche sul sito della rete marciona. Buona lettura!

Il 7 e 8 novembre la rete nazioanale tfq, nata nel contesto di Marciona2020 durante la prima fase pandemica, ha deciso di convocarsi come rete dopo l’esperienza del Coordinamento Pride tfq della scorsa estate, che ha costituito l’avvio di un percorso politico collettivo transterritoriale nazioanale attraversato da singol*, realtà organizzate, collettivi e altre reti territoriali.
Durante l’assemblea si sono tenuti diversi tavoli di discussione e tra questi un focus sulla questione Scuola, ora più che mai al centro del dibattito pubblico. Abbiamo scelto di condividere le riflessioni emerse considerata l’urgenza dell’argomento e della presa di parola transfemminista queer.
TAVOLO SCUOLA
Il tavolo scuola ha decostruito le retoriche sull’istruzione come campo “neutro” o come “servizio” identificando la sua funzione di riproduzione sociale istituzionalizzata. Abbiamo riflettuto su cosa significhi questo proprio ora nel contesto pandemico e in regime di didattica a distanza, sia dal punto di vista della “cura” che dal punto di vista delle tecnologie. Questo ci ha permesso di smascherare le iniziative “dall’alto” su genere e parità e allo stesso tempo affinare le nostre strategie per contrastare binarismo di genere, razzismo classismo nell’educazione. Sono emerse proposte operative che ci porteranno a continuare questa discussione in modo più allargato.


a) Scuola e lavoro riproduttivo: l’educazione è (anche) lavoro riproduttivo? Welfare? Lavoro di cura? Lavoro e basta? Quale è il rapporto/conflitto tra le lotte per il diritto all’istruzione e le lotte delle soggettività femminilizzate messe al lavoro dal sistema educativo?

In tempo di pandemia si sono polarizzate due distinte visioni del sistema educativo: la scuola come welfare/lavoro riproduttivo o la scuola come “didattica pura”. In particolare questa dicotomia si è evidenziata nel dibattito sull’apertura o chiusura in tempo di pandemia, in modi alquanto diversi a seconda della visione complessiva dell’educazione oppure la stessa visione ha portato a posizioni contrapposte.
Un primo esempio è rappresentato dalla contrapposizione tra il diritto alla salute degli insegnanti e l’idea che la scuola sia una priorità, quando genitori e insegnanti sembravano sostenere uno o l’altro, mettendo in discussione il diritto di sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori a settembre, quando le richieste di un’apertura in sicurezza e con investimenti di denaro e spazi erano state disattese. Per noi la relazione tra welfare e lavoro riproduttivo è inscindibile, e crediamo che la decostruzione di questa dicotomia sia necessaria per riconoscere e connettere le lotte sindacali all’interno dell’educazione. Un secondo esempio, più “interno” ai femminismi e transfemminismi riguarda la funzione del sistema educativo, dove alcune considerano la scuola come una forma di erogazione di welfare o come un “servizio” mentre altre vedono l’importanza della scuola nella sua funzione pedagogica, educativa e di costruzione di conoscenze. Questo porta a non comprendere l’esigenza, espressa da tantu di noi, di tenere aperte le scuole fin quando possibile, in questo periodo pandemico, poiché si scambia la rivendicazione per un diritto universale all’istruzione, il valore della relazione nel sistema educativo (non solo relazione con chi insegna ma, soprattutto relazione tra pari e costruzione di socialità sempre più complesse a seconda dei gradi di istruzione) con mera complicità con Confindustria e con l’esigenza di mantenere alti livelli di produzione a discapito della salute pubblica. Riteniamo che queste dicotomie siano solo astratte e non tengono conto della materialità dell’educazione come istituzione, da un lato, e processo di formazione di socialità al contempo: si tratta di vera e propria riproduzione sociale istituzionalizzata e organizzata. Non riconoscere la dimensione della riproduzione sociale tra le funzioni della scuola, concentrandosi sulle funzioni di “servizio”, non permette di comprendere come l’alternativa alla scuola resti esclusivamente la famiglia, u
na delle istituzioni che da sempre riconosciamo come sede della violenza di e del genere. La visione della scuola come mero welfare è pericolosa perché finisce per considerare la scuola come erogatrice di un “servizio” e le “famiglie” e studenti come “utenti”, e questo si avvicina molto alla visione dei comitati NOGENDER che ritengono sia diritto dei genitori influire sull’offerta didattica, in particolare per ostacolare e sabotare qualsiasi progetto di educazione alla sessualità, affettività, e genere. Allo stesso tempo la visione della scuola come “didattica pura” dimentica la dimensione del lavoro “riproduttivo” o “di cura (lavoro affettivo, relazionale) pagato” che in essa si svolge, come se questo avesse meno dignità del lavoro didattico-educativo. La volontà di alcuni femminismi di cancellare la dimensione riproduttiva dal “lavoro” dell’educazione sembra provenire dall’interiorizzazione di un certo emancipazionismo oppure da una certa misoginia che valorizza la dimensione produttiva del sapere a discapito di quella della “cura”. Sono anni che mettiamo al centro la riproduzione sociale nelle nostre lotte ed in qualche modo la scuola ci sembra luogo privilegiato d’osservazione e intervento perché è il fulcro della riproduzione sociale istituzionalizzata, ed infatti è qui che si giocano le maggiori battaglie su un dispositivo di potere per noi al centro dell’analisi e delle lotte: il genere, all’intersezione con classe/razza/abilità.

Viviamo da decenni lo smantellamento della scuola pubblica, con pochi investimenti e precariato diffuso. Ora più che mai, con la chiusura e il passaggio alla DAD si evidenzia come l’esclusione avvenga all’intersezione tra status economico e fenomeni di razzializzazione delle e degli studenti.

La battaglia sulla redistribuzione non riguarda solo il denaro ma anche le risorse tecnologiche – da anni facciamo battaglia su internet pubblico accessibile, ad esempio. La DAD richiede accesso universale alla tecnologia, ma quale tecnologia? Le grandi piattaforme come Google già offrono a scuole, insegnanti e student* infrastrutture, spazio e tecnologie gratuitamente e siamo a un passo dalla distribuzione gratuita di tablet da parte di Google o altre multinazionali allu studentu di tutte le scuole, ma ci dovremmo chiedere verso quale scenario si sta muovendo la scuola tentando di rimediare al digital divide appoggiandosi a grandi multinazionali: dovremmo tenere conto del fatto che esistono tecnologie libere e open source. Come avviene la distribuzione? Sta iniziando una strana selezione meritocratica in alcune realtà, chi sa utilizzare i device li riceve e chi mostra di non saperli usare adeguatamente invece resta escluso, questo è un altro lato dell’ingiustizia e arbitrarietà diffusa in questo momento pandemico.

Allo stesso tempo dobbiamo tenere conto del diffuso analfabetismo digitale e lo stato emergenziale in cui versa la scuola in questo momento. La questione allora diventa, più che il contrasto in toto alle piattaforme proprietarie, come usare in maniera creativa questi strumenti che ci vengono dati, per ridurre il danno e per aprire spazi digitali relazionali in particolare per quell* studenti con certificazioni, bollini, etichette, fragilità socio economiche? Ad esempio: fare pressioni sulle case editrici per avere i libri online. Se riuscissimo a mappare i nostri bisogni riusciremmo a fare autoformazioni per aiutarci a limitare i danni. Sulla tecnologia resta un problema, se ne parla sempre da un punto di vista meramente tecnico, mentre andrebbe affrontata anche dal punto vista umanistico per imparare ad agire la tecnologia e non essere “agiti” da questa, o alienat* attraverso di essa.


b) Scuola e lavoro “del genere”: come il gender entra nelle scuole ma nel modo sbagliato? Come riappropriarci del diritto di parola su questo nel sistema attuale (linee guida parità di genere/educazione civica/legge Zan ecc…)

Viviamo da anni le conseguenze di una postura politica precisa dall’alto rispetto alla possibilità di occuparsi di questioni di genere nelle scuole: l’ambiguità delle direttive/linee guida/leggi che non permettono di capire cosa si può o non si può fare e isolano le persone che tentano di lavorare in questo senso.

Lo abbiamo visto accadere con le “Linee Guida Educare al rispetto: per la parità tre sessi, la prevenzione della violenza di genere di tutte le forme di discriminazione” del 2015, dove si afferma che “tra i diritti e doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo le ideologie Gender”, senza specificare a cosa esattamente si riferisca il testo. Lo vediamo accadere oggi con la modifica al comma 3 dell’art.6 della Legge Zan, che, se da una parte istituisce una giornata nazionale contro le discriminazioni, dall’altro rimanda all’approvazione delle singole scuole, previa firma del “patto di corresponsabilità” da parte dei genitori, ogni tipo di intervento, anche solo rituale o celebrativo in questo senso. E se all’articolo 8 si rimanda all’UNAR per l’ elaborazione di strategie triennali per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere, noi non dimentichiamo la Strategia Nazionale LGBT del 2013 (http://www.unar.it/wp-content/uploads/2017/12/LGBT-strategia-unar-17_24.pdf ) mai applicata, o le raccomandazioni europee (http://www.comune.torino.it/politichedigenere/bm~doc/raccomandazionecmrec20105.pdf. Quindi se da un lato accogliamo il tentativo, dall’altro continuiamo a chiedere più del ddl Zan e soprattutto delle linee definitive che non lascino spazio ai no gender e che non continuino a lasciarci con le spalle completamente scoperte, ricattabili e obbligati, dove riusciamo, a un’iper-esposizione.

Genere (e castrazione del genere) “si fa” dalle scuole dell’infanzia fino alla fine del ciclo scolastico, in modo informale e normativo passando per l’etero-sessismo implicito a tutto il sistema educativo e alla società. Il genere “si fa” a scuola costantemente nelle discipline, nella direzione dell’eteronorma, in particolare nelle discipline scientifiche e tecniche, perché spesso anche insegnando la materia si riproduce l’eteronorma. Talvolta questo è più insidioso dell’annoso problema degli insegnanti di religione cattolica, i quali affrontano in maniera esplicita le questioni di cui non dovrebbero occuparsi. Il ddl Zan formalizza che le progettualità di contrasto a questa costruzione normativa del genere devono continuare a superare una serie di passaggi burocratici.

Ovviamente anche noi facciamo e disfiamo il genere a scuola, abbiamo delle strategie e vorremmo implementarne altre. Da un lato approfittiamo di ogni “interstizio” che si dà nella programmazione ufficiale. I progetti su bullismo permettono di parlare di sessismo, omolesbobitransfobia. Focus su cyberbullismo è un altro modo di fare hacking per parlare di genere nelle tecnologie, per parlare della violenza e discriminazione nelle tecnologie, salvo che la maggioranza delle scuole preferisce una lezione della polizia postale a interlocutori “scomodi”. Anche una generica titolazione “educazione alle differenze”, a seconda del contesto, può legittimare il discorso sul genere.

Ma dovremmo essere in grado di attraversare altri “momenti” della programmazione come l’educazione alla salute, dove a parlare di HIV e salute riproduttiva ci sono le ASL, e il grande progetto dell’Educazione Civica. Per quest’ultima materia, nuova di 33 ore annue sono state indicate delle Linee Guida di stampo nazionalista, e serve l’impegno del singolo ad accollarsi quella che si chiama “funzione strumentale” per poterci mettere mano. C’è chi lo ha fatto, cercando di minimizzare le ore obbligatorie sulla “storia della bandiera d’Italia” e puntando sull’Agenda 2030 dell’ONU sulla sostenibilità, che permette di intervenire criticamente su “accesso all’istruzione”, “uguaglianza di genere”, “riduzione delle disuguaglianze tra paesi del mondo”, “ambiente”, ecc… Va d’altro canto presa in considerazione la crescente richiesta da parte delle/degli studenti di affrontare questi temi anche se questo riguarda solo pochi settori/indirizzi dell’istruzione secondaria, come i licei in aree urbane.

Esistono pratiche condivise di/per studenti transgenere e sarebbe il caso di avviare una mappatura, in grado di connettere queste esperienze o utile alla condivisione di materiali e strategie.
Ci sono scuole invece, come istituti professionali “maschili” dove essere una persona LGBTQIA+ è addirittura pericoloso per l’incolumità psico-fisica. Un’altra strategia è quella di invitare dei visiting-teacher LGBTQIA+ a fare lezioni incentrate sulle competenze e non sul gender(!). Così come resta fondamentale ragionare sull’implied learner quando si fanno i programmi per le materie, perché abbiamo interiorizzato che chi impara è neutro, cioè maschio bianco eterocis. Pertanto bisogna individuare e contrastare atteggiamenti eterosessisti espliciti ed impliciti nell’insegnamento delle discipline (rimuovere “l’implied learner”: maschio, bianco, etero, cis…)

Ma abbiamo bisogno di qualcosa di più delle strategie che singolarmente possiamo mettere in campo e che presuppongono coraggio e contesti non troppo escludenti e reazionari. Abbiamo già tentato di mettere in condivisione materiali ma la modalità “drive” si è mostrata poco funzionale perché diventa un’accumulazione di materiali poco ordinata e quindi poco fruibile. Ciò non toglie che vada trovata una modalità più efficace. Inoltre i “materiali” che vengono accettati nelle scuole devono avere legittimità accademica, non possono essere autoprodotti nel momento in cui usciamo dalla lezione alla singola classe ma cerchiamo di implementare cambiamenti più strutturali attraverso progetti, funzioni strumentali, ecc. Inoltre chi si relaziona alle scuole con “progetti” dall’esterno segnala gravi difficoltà ad interfacciarsi come realtà e collettivi informali. Per questo riteniamo necessario trovare forme di output dell’attivismo, forme “istituenti” che siano capaci di impattare a livello istituzionale, canali per cambiare le istituzioni. Avere un soggetto informato capace di relazionarsi in maniera dialettica e conflittuale con la scuola potrebbe essere tatticamente importante. Vorremmo quindi organizzare incontri per capire come dare una forma sia legale, quali sono le priorità e gli obiettivi, come avviene la formalizzazione burocratica.

Il Global Day of Action al tempo della riapertura della scuola

Foto scattata da Michele Lapini in una discarica di Bologna. Il lavoro mostra chiaramente e in maniera facilmente verificabile come materiali ancora buoni e recuperabili siano stati eliminati per far posto a nuovi preziosissimi banchi


Oggi è il Global Day of Climate Action, la prima data in cui, dopo l’inizio della pandemia, decine di migliaia di persone scenderanno in piazza per chiedere giustizia climatica e ambientale.
Come Rete BESSA e Fridays For Future Bologna vogliamo contribuire alla mobilitazione di oggi riportando uno spaccato dello stato di salute della scuola pubblica italiana nel confrontarsi con le due crisi, climatica e sanitaria, che stiamo vivendo. L’articolo non ha pretese di esaustività. Però è un tentativo di intrecciare due movimenti diversi, quello sulla scuola (pensiamo in particolare a Priorità alla Scuola) e quello sul clima, che entrando in dialogo possono aprire prospettive dirompenti.
Oltre a pubblicarlo sul blog, stanotte ne abbiamo attaccato una versione ridotta ad alcune scuole di Bologna.

Cinque minuti di salute
Dopo un intero semestre di chiusura, pochi giorni fa hanno riaperto le scuole di ogni ordine e grado. La riapertura ha acceso immediatamente un forte dibattito: come può essere garantita una riapertura sicura in questa fase? E con quali costi, dal punto di vista della sostenibilità tanto ambientale quanto economica, in un settore già profondamente definanziato e impoverito?

La mancanza di risposte a queste domande incide immediatamente su di noi: il messaggio che sta passando è che la “salute” sia solamente “non prendere il Covid”. Non dimentichiamo che ci sono una serie di conseguenze della gestione dell’emergenza che ci pioveranno addosso a breve.

Il mito della modernizzazione
L’Italia oggi sconta un forte ritardo per quanto riguarda l’ammodernamento edilizio e l’efficientamento energetico. Le strutture scolastiche, così come quasi tutte le strutture pubbliche, disperdono tantissimo calore ed energia. In un tale momento di crisi e di dibattito sugli investimenti opportuni, è necessario un serio ripensamento dei sistemi di riscaldamento e di alimentazione energetica, tramite lavori edilizi e la costruzione di una rete di distribuzione elettrica peer to peer che permetta di sfruttare al meglio l’elettricità proveniente dalle rinnovabili.

Per pensare globale e agire locale anche nel contesto del mondo dell’istruzione bisogna mettere in discussione le scelte di acquisto di mezzi tecnologici che permetteranno di modernizzare la scuola e adattarla alla nuova fase post pandemia. i materiali con cui sono costruiti derivano da minerali estratti in aree del mondo impoverite dal sistema economico che ha consumato e deteriorato il clima fino al punto in cui ci troviamo.

Un esempio sono i famosi dispositivi elettronici, ora diventati ancor più necessari vista la passione nei confronti della DaD: la prima misura del Governo dopo la chiusura delle scuole è stata finanziare la distribuzione di tablet e computer in nome di un “inclusività” che poi si è rivelata impossibile. Al momento, il Governo sta mantenendo questa linea e ogni riferimento alla “modernizzazione” della scuola è sinonimo di “digitalizzazione” come se questa fosse la panacea di ogni male. Non dimentichiamo che il funzionamento di questi dispositivi si basa su materie prime estratte in paesi tra i più poveri del mondo che conoscono una nuova fase di neo-colonialismo, con tanto di sfruttamento del lavoro minorile e devastazione dell’economia nazionale. Un tablet inquina meno di un libro?

Una scuola usa e getta
L’inizio dell’anno scolastico pone anche altre nuove urgenze. Si sta innestando e rafforzando la dinamica dell “usa e getta” e il rischio è che sia destinata a rimanere. L’abuso di plastica è sotto gli occhi di tutt* (pensiamo alle mense scolastiche) e tocca chiedersi se l’utilizzo della plastica sia sempre così necessario. Di certo non lo sarebbe stato se si fosse investito in organico e spazi e si fossero create delle classi bolla. Senza contare il fatto che non esiste un piano di smaltimento per il numero impressionante di Dispositivi di Protezione Individuale. Tutta questa plastica in qualche modo non ci abbandonerà più. Finirà nei territori, nei mari, nel nostro sangue, nei nostri polmoni.

Alla riapertura scopriamo anche che gli strumenti lasciati a scuola a marzo sono stati gettati, in alcuni casi perché “dovevano essere disinfettati”: peccato che gli oggetti lasciati intoccati da Marzo sono assolutamente Covid-free. Lo stesso vale per altri oggetti: come testimoniano le foto di Michele Lapini, la corsa ai banchi ha fatto sì che banchi e cattedre vecchi, perfettamente utilizzabili, sono stati mandati in discarica.

Siamo fagocitati in un meccanismo che privilegia per definizione ciò che è nuovo e il resto può essere buttato. E il dubbio, vista il cosiddetto “personale-Covid”, è che questa logica valga pure per le persone.

Il panico dei trasporti
A Bologna l’inquinamento raggiunge picchi altissimi, superando anche di tre volte i limiti imposti dall’OMS. Indagini di Citizen Science come quella condotta dal comitato Aria Pesa hanno mostrato come le zone con maggiore concentrazioni di particolato atmosferico sono proprio quelle in prossimità delle scuole, che in questa particolare fase sono raggiunte sempre più tramite trasporto privato che tramite trasporto pubblico o mobilità dolce. La gestione grottesca della sicurezza nei trasporti ha fatto sì che l’auto sia considerata il mezzo più sicuro. Questo perché gli enti locali si sono ben guardati dall’aumentare le corse dei mezzi pubblici e i numeri delle persone a bordo sono alti. Tralasciando il fatto che i mezzi non si sono adeguati agli ingressi scaglionati nelle scuole, lasciando autentici vuoti nel trasporto.

L’azienda dei trasporti TPER, pur essendo in attivo, continua a mantenere un costo altissimo e proibitivo degli abbonamenti. In tempi di campagna elettorale, il Presidente della Regione Emilia Romagna prometteva la gratuità del trasporto pubblico per tutti i giovani. Di questa promessa non sappiamo nulla. Ciò che sappiamo è che a livello nazionale il tema della mobilità si è risolto con una serie di Bonus per le biciclette, su cui si poggia una coltre di mistero. Senza contare che nel frattempo non è aumentato il numero delle piste ciclabili e raggiungere alcune scuole è oggettivamente pericoloso.

Tutto questo ha un costo, che si tradurrà in un aumento dell’inquinamento. In pochi mesi, a causa della non-gestione dei trasporti da parte degli enti locali, siamo andati indietro di decenni .

Saperi ecologisti, saperi critici
Vogliamo ripensare la scuola come uno spazio di condivisione di saperi, che possano portare con sè anche un’ottica fortemente ecologista. Non ci accontenteremo di poche ore di educazione ambientale all’anno in cui privati colpevoli come Eni trovano spazio per divulgare un’idea di responsabilità individuale che distrae dall’origine sistemica del cambiamento climatico.

Occorre farla finita con l’idea che sia sufficiente fare la differenziata o riciclare per risolvere la situazione. Con la logica per cui se c’è un aumento della temperatura a livello globale la colpa è dei singoli. Limitarsi agli insegnamenti di piccole pratiche quotidiani, estremamente limitate per quanto giuste, significa assumere una prospettiva consolatoria e falsificante del problema. Evidentemente è più facile insegnare il riciclo che combattere un problema sistemico e capillare come il global warming. Ma è proprio quest’ultimo lo scoglio da affrontare.

Per questo vogliamo creare spazi in cui l* student* possano confrontarsi e connettere stimoli differenti, affiancati da docenti a cui devono essere garantiti gli strumenti di formazione e autoformazione. È necessario lasciare spazio all’interno delle scuole per far raccontare il cambiamento climatico a chi lo combatte quotidianamente, scienziat* e ricercatric* ma anche attivist*! Il contatto fra i movimenti per la giustizia climatica e i luoghi della formazione è fondamentale per realizzare un reale cambiamento di sistema!

Manuale per respirare un’aria migliore


Pubblichiamo il “Manuale per respirare un’aria migliore”, un pamphlet scritto da Priorità alla Scuola in vista della manifestazione di Roma il 26 Settembre. Ricordiamo che per andare a Roma saranno disponibili i posti sugli autobus organizzati dai sindacati aderenti. Per chi si muove da Bologna è stato attivato anche un crowdfunding qui: https://buonacausa.org/cause/prioritaallascuola

Nato su Internet, cresciuto nelle piazze, esploso in mille incontri, quelli che ci sono già stati, quelli che ancora ci devono essere. È questa la storia di Priorità alla Scuola, il movimento che a partire da Aprile 2020 ha reclamato la necessità di un ripensamento imponente della politica scolastica, a partire dall’emergenza Covid e soprattutto al di là della retorica. Senza fondi per l’organico, spazi e presidi sanitari un futuro per la scuola pubblica non esiste, anche perché l’attuale crisi ha inasprito ancora di più le disuguaglianze e le falle di un sistema che la politica ha ripetutamente maltrattato negli ultimi trent’anni.

Gli slogan della politica, dal mito dell’inclusività a quello della meritocrazia, fino a quello, drammaticamente urgente, della sicurezza, si sono dimostrati una distorsione di quanto movimenti, associazioni, sindacati, studentesse e studenti, docenti vanno chiedendo da anni: un luogo dove le sopraffazioni della società vengono rifiutate con forza.
Invece, ci ritroviamo a Settembre con una scuola rattoppata, nel panico, coacervo di nuove forme di autoritarismo che stanno aggredendo tutti i settori della società. Una scuola in cui il ricorso alla tecnologia, e quindi alla DaD, è utilizzato come escamotage per non affrontare i problemi strutturali esistenti.

Questo libretto è pensato come uno dei tanti strumenti per costruire un discorso ampio e collettivo. L’attacco che stiamo subendo è imponente e l’istruzione e l’educazione sono oggi campi di battaglia decisivi. La scuola è un diritto e se salta quello salta anche tutto il resto. Ma è anche per prenderci tutto il resto che lottiamo per la scuola.

Priorità alla Scuola, Settembre 2020

Scarica il Manuale

Priorità alla scuola alla Regione Emilia Romagna: non c’è più tempo

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Di seguito il testo del comunicato che Priorità Alla Scuola ha emesso a seguito dell’incontro presso la Regione Emilia-Romagna.

Lunedì 13 Luglio, Priorità alla Scuola ha chiesto spiegazioni alle Regioni in merito all’accettazione delle Linee Guida ministeriali riguardanti il ritorno a scuola a Settembre. Per questo, nonostante la stagione avanzata, ci sono state manifestazioni in dieci regioni, dando segno di una mobilitazione viva e compatta.

A Bologna l’incontro ha avuto un peso duplice dal momento che Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia Romagna, è anche presidente della Conferenza delle Regioni e si è reso protagonista della trattativa col Governo. L’impegno era così importante che all’iniziativa hanno presenziato diversi attivisti di Priorità alla Scuola dell’Emilia Romagna, ma anche esponenti del Com­itato Nazionale.

Anche per questi motivi, l’incontro con Paola Salomoni, Assessora alla Scuola, all’Università, alla Ricerca e all’Agenda Digitale, unica inviata in rappresentanza della Regione ad accoglierci sulla soglia del palazzo, è stato del tutto deludente. 
L’Assessora non ha saputo rispondere a nessuno dei quesiti in merito all’accettazione delle Linee Guida, affermando che i punti da noi sollevati non fossero di sua competenza, salvo evidenziare elementi secondo lei positivi del documento approvato. Tutt’ora non è chiaro come sia stato possibile accettare quelle linee guida senza un aumento significativo dell’organico, come peraltro richiesto inizialmente dallo stesso Presidente della Conferenza delle Regioni e una riduzione consistente delle risorse.

A preoccupare, tuttavia, sono state le risposte dell’assessora sugli elementi che invece erano di sua competenza:

  • Rispetto alle linee guida per la riapertura dei centri riguardanti bambini e bambine dagli 0 ai 6 anni, l’Assessora ha risposto di non essere a conoscenza degli ultimi aggiornamenti;
  • Di fronte alla domanda su quando ci si sarebbe potuti aspettare queste indicazioni, l’Assessora non ha saputo rispondere;
  • L’Assessora ha inoltre affermato di essere ben consapevole che all’apertura ci saranno zone che vivranno maggiori difficoltà di altre e non ha saputo rispondere quando le veniva chiesto perché non fosse possibile sanare queste problematiche;
  • Rispetto ad una richiesta di presa di posizione contro l’uso della DAD, se non come elemento residuale ed emergenziale, l’Assessora non ha preso posizione;
  • Parimenti non ha risposto circa la richiesta di un intervento in merito alle decisioni che alcuni Collegi dei Docenti e Consigli d’Istituto stanno prendendo autonomamente in questi giorni sulla riduzione dell’orario scolastico e sulla promozione della didattica online.

Le uniche risposte che abbiamo ottenuto confermano la linea del rinvio di responsabilità già applicata dal Governo: le decisioni rimandano sempre ad altri tavoli, alcuni attivi, altri da attivare, non è dato sapere quando. Quando facevamo notare che ormai si è arrivati al 13 luglio e che le decisioni dovevano già essere prese da tempo, l’Assessore ha dichiarato di aver chiesto interventi tempo fa ma di non aver ricevuto risposta. 

Infine, dopo aver illustrato i punti del comunicato con cui avevamo richiesto l’incontro, abbiamo posto due richieste puntuali:

  • Innanzitutto che Priorità alla Scuola sedesse al tavolo regionale per la riapertura della scuola, quantomeno per avere una giusta trasparenza sulle decisioni che vengono prese;
  • In secondo luogo, abbiamo chiesto che le elezioni di Settembre non si svolgessero negli edifici scolastici, visto che il tempo necessario per la sanificazione degli ambienti richiederebbe una lunga sospensione dell’attività scolastica. 

A nessuna di queste richieste abbiamo ricevuto risposta.  Gli unici impegni assunti si sono limitati al fatto di riportare al Presidente Bonaccini i temi presentati e a condividere i verbali degli incontri regionali svoltisi nelle ultime settimane. L’incontro è quindi terminato col più classico “vi faremo sapere”, che a metà Luglio ha avuto tutto il gusto di un “arrivederci e grazie”.

A conferma di questa sensazione è giunta la risposta, inviata tramite mail a Costanza Margiotta, da parte della Vicepresidente della Regione, Elly Schlein. La Vicepresidente ha risposto esclusivamente in merito alla questione delle scuole per gli 0-6 anni. Ci è stato riferito di essere al lavoro con enti locali e gestori, senza fornire ulteriori dettagli. Al tempo stesso ci viene riportato di una discussione in corso alla Conferenza delle Regioni, in interlocuzione col Governo, in ottica di riapertura, su cui non viene fornita alcuna data di riferimento per sapere le decisioni prese, né quali siano i nodi della discussione. La Vicepresidente ha inoltre presentato come risultato già raggiunto la riapertura in sicurezza di buona parte dei nidi – riferendosi alla riapertura attuata da alcune strutture nelle ultime tre settimane di luglio – con modalità che sono state fortemente contestate sia dalle lavoratrici e dai lavoratori che dai genitori, non da ultimo proprio perché sono ben lontane dal garantire la sicurezza.

Infine, la Vicepresidente ha ribadito che saranno stanziate risorse, ma non ci viene detto il modo in cui verranno impiegate.
Occorre sottolineare che anche in questo caso non abbiamo ricevuto risposta rispetto alle nostre richieste più puntuali: la presenza di PAS ai tavoli regionali e la ricerca di spazi adeguati per le votazioni di Settembre, in modo da non interrompere l’attività scolastica.
A maggior ragione dopo questi avvenimenti, siamo fortemente consapevoli dell’estrema urgenza di una nuova e massiva manifestazione nazionale che si rivolga a tutta la società.

Anche per questo guardiamo con attenzione a quanto avvenuto in quelle stesse ore a pochi chilometri dalla Regione, dove un’altra manifestazione vedeva le operatrici dei nidi in sciopero sotto il Comune, che si è reiteratamente rifiutato di discutere le condizioni di riapertura dei servizi scolastici con le lavoratrici e i lavoratori. Non solo in tema di condizioni sanitarie non è possibile separare le garanzie sulla salute del personale da quelle di bambini e bambine, ma soprattutto, come già affermato diverse volte da Priorità alla Scuola, l’emergenza non può essere utilizzata per giustificare il peggioramento delle condizioni di lavoro. Questo vale nel caso dei nidi, così come nella scuola, nella sanità e in tutti i luoghi di lavoro.
Come abbiamo ribadito quella stessa mattina anche col Comitato Nazionale e con Costanza Margiotta nel nostro primo incontro dal vivo, la ricchezza di Priorità alla Scuola risiede nell’aver riunito tutta la comunità educante.
Per questo suo statuto originario PAS ha come principio inderogabile il rifiuto di ogni tentativo di operare artificiose contrapposizioni tra i diritti di cittadini e cittadine in qualità di genitori e diritti di lavoratori e lavoratrici.

Priorità Alla Scuola Bologna

Il nostro intervento alla piazza di Non Una Di Meno – 26 giugno, Bologna

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Foto di Silvia Polmonari

Iniziamo a pubblicare sul blog i nostri interventi nelle varie piazze e mobilitazioni che ci hanno coinvolto e che stiamo e ci stanno attraversando. Non sono degli articoli, ma semplicemente gli interventi così come li abbiamo gridati in piazza. L’idea è quella di lasciare una traccia scritta delle varie tappe del nostro percorso tra scuola e strada.

In questi mesi abbiamo visto quale priorità viene data alla scuola e in cosa si è trasformata.
Una scuola a distanza, dietro uno schermo, una scuola senza corpi, senza relazioni. Per noi una scuola che tenta di salvare una trasmissione verticale del sapere e non mette al centro i corpi e le relazioni non è scuola!
O meglio è una scuola escludente, classista, una scuola che ignora tutto ciò che eccede le lezioni e i voti e tutto ciò che non può essere racchiuso dentro numeri e libri.
E anche e soprattutto una scuola familista: nonostante la retorica del “restate a casa”, la famiglia per molti soggetti non è un luogo sicuro, non è un luogo di libertà né un luogo di autodeterminazione. Non è un luogo dove esprimere, sperimentare e costruire la propria identità, ma un luogo dove ci si abitua a una violenza strutturale e dove la violenza viene naturalizzata.
Questa scuola a distanza ha visto scaricare i costi dell’emergenza sul lavoro domestico, su quel lavoro riproduttivo non riconosciuto e non retribuito che sappiamo essere strutturalmente sulle spalle delle donne e delle madri.

La scuola è un mondo principalmente femminile e ancora una volta la crisi è stata fatta pagare alle donne. Madri che hanno dovuto supportare l* figl* nella DAD mentre facevano smartworking e che hanno spesso dovuto lasciare il lavoro quando non hanno più potuto svolgerlo da casa; educatrici ed educatori con contratti esternalizzati che sono stat* spesso l* prim* ad essere licenziate. Personale ATA e lavoratrici dei servizi di pulizia costrette a lavorare in condizioni di scarsa sicurezza.
Rifiutiamo la privatizzazione e non accettiamo la divisione dei ruoli che caratterizza la scuola e la precarietà strutturale che vede le educatrici trattate come lavoratrici di serie B o le precarie rimanere senza stipendio.
Tornare a scuola in sicurezza non può che significare per prima cosa tornare in classi meno numerose, con più soldi e più spazi, più assunzioni dei precari e delle precarie che da anni ci lavorano.
Stiamo bene attent*: il momento è ora, e le decisioni che vengono o non vengono prese in questo momento a livello istituzionale dimostrano di non avere nessuna intenzione di concretizzare quello di cui la scuola avrebbe bisogno!

Ma TORNARE A SCUOLA NON BASTA!
Non basta tornare alla scuola che abbiamo lasciato prima dell’emergenza, perché quella non è mai stata la scuola che vogliamo.
NUDM dalla sua nascita rivendica una scuola femminista e transfemminista, perché la scuola è un luogo strategico e fondamentale per combattere una società strutturalmente eteropatriarcale.
Rivendichiamo una scuola dove l’educazione al genere e alle differenze non siano semplici progetti per riempire documenti ma siano una postura costante di ogni insegnante, una prospettiva dalla quale guardare alle relazioni e ai rapporti di potere.
Una scuola in cui l’antirazzismo non sia solo uno slogan, ma una pratica quotidiana.
La scuola può e deve essere per tutte e tutti uno spazio di autodeterminazione contro l’oppressione vissuta in famiglia e in società. Uno spazio di contrasto reale all’omolesbotransfobia, al sessismo, al razzismo e all’abilismo in ogni momento della vita scolastica.
Vogliamo quindi rivedere gli strumenti che vengono utilizzati e che, lontano dall’essere neutri, veicolano spesso stereotipi e norme. Vogliamo rivedere i contenuti delle discipline in ottica femminista e anticoloniale.

Ma soprattutto dobbiamo togliere spazio e parola ai cattofascisti che vogliono imporci la loro idea di società bianca, omotransfobica, eteropatriarcale e dirci cosa possiamo fare coi nostri corpi.
Sono persone pericolose, strutturate a livello internazionale e che ricevono ingenti finanziamenti che li rendono capaci di larghe mobilitazioni, come dimostra quella chiamata per l’11 luglio a difesa della loro omolesbobitransfobia proprio qui a Bologna!
Non ci stancheremo mai di gridarlo: fuori i no-gender dalla scuola!

Costruiamo una scuola femminista, transfemminista, antirazzista, antifascista!

Tavolo cittadino per la riapertura della scuola pubblica

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La mobilitazione che si è vista nel corso degli ultimi due mesi attorno al tema della scuola rappresenta un’occasione che non va sprecata.
Come è noto, il ministero ha individuato gli enti locali e le scuole come le istituzioni deputate a trovare nuovi spazi per permettere lo svolgimento dell’attività scolastica evitando gli assembramenti nei plessi più grandi.
Si stima che a Bologna vi siano 450 spazi vuoti, di cui quasi la metà pubblici. Molti di questi ultimi sono spazi già pronti, che potrebbero essere messi a disposizione della cittadinanza per l’uso pubblico, dopo una messa in sicurezza.
Siamo convinti che in molti di questi spazi si debba fare scuola, una scuola accogliente e inclusiva.

Non possiamo permettere che anche la scuola sia esternalizzata perché abbiamo bisogno di una scuola che sia all’altezza del presente e del futuro. Nessun progetto una tantum affidato al profitto dei privati, nessuna partecipazione di associazioni di volontariato potranno sostituire le ore di scuola, magari con un/una insegnante stabile, cui sia consentito d’instaurare un rapporto educativo e didattico di medio/lungo periodo con gli alunni e le alunne.

Invitiamo dunque tutti i soggetti che hanno partecipato alla mobilitazione sulla scuola ad aggregarsi al tavolo di lavoro per la riapertura della scuola pubblica.
Oggetto di questa prima riunione sarà:

  • definire obiettivi e modalità di lavoro del tavolo;
  • discutere eventuali proposte preliminari.

CI VEDIAMO GIOVEDì 2 LUGLIO ALLE ORE 18.00 ALL’ANFITEATRO DI VILLA ANGELETTI

Priorità alla Scuola, in succulenta “variante bolognese”

PAS


25 giugno 2020.


Bologna, Piazza XX Settembre, h. 18.

Priorità alla Scuola lancia una nuova mobilitazione per il 25 Giugno. Più di 50 città faranno sentire la loro voce chiedendo risorse e misure concrete per la scuola pubblica.

A Bologna si è fatto un passo ulteriore: le realtà che hanno partecipato alle precedenti manifestazioni si sono riunite per ampliare le proposte condotte a livello nazionale. La convocazione bolognese, infatti, assume il piano condiviso in tutte le città, ma unisce a questo piano un’attenzione ulteriore al sistema scolastico nel suo insieme e al ruolo degli enti locali, che poco o nulla stanno facendo per affrontare la situazione.

In particolare, vogliamo sottolineare con maggior forza la necessità di una riduzione del numero di studentesse e di studenti per classe, nonché la necessità di risorse ampie e stabili per chi presenta bisogni educativi speciali.

Inoltre richiamiamo l’attenzione rispetto al rischio che per l’anno prossimo, se non ci saranno provvedimenti in merito, le classi con pochi studenti vengano accorpate, cosa che renderebbe ulteriormente problematica la riapertura.

Ci teniamo anche a precisare un nodo cruciale: i luoghi che gli enti locali troveranno per rendere possibile la didattica in presenza, dovranno essere gestiti da soggetti pubblici e il loro personale dovrà essere interno alla scuola pubblica. Non vogliamo prestare il fianco all’esternalizzazione delle attività scolastiche, svolte in nome di un organico che il Governo si ostina a non aumentare.

Infine, come assemblea di Priorità alla Scuola Bologna, riteniamo necessario che si apra un ragionamento ampio e collettivo sulla stabilizzazione delle figure educative ed assistenti sociali che già lavorano e collaborano con la scuola.

La manifestazione di Bologna inizierà in Piazza XX Settembre alle 18 di giovedì 25 giugno.
Sono previsti degli spostamenti da svolgersi in maniera rispettosa delle norme. Pertanto sarà necessario mantenere le distanze di sicurezza ed evitare assembramenti.
Si prevedono spostamenti in fila indiana e canzonatoria per andare a individuare alcuni luoghi simbolo della gestione attuale della scuola.

Di seguito il volantino nazionale, nella sua “variante bolognese”:

La comunità scolastica ha bisogno di ripartire in presenza a settembre: bambine, bambini, giovani, insegnanti, lavoratori/trici e famiglie hanno resistito per tre mesi – materialmente e psicologicamente – per far fronte a una emergenza. Dopo questo enorme sforzo collettivo e quando ormai tutte le attività produttive del Paese sono già riavviate, è ora di dire BASTA: la comunità scolastica ha bisogno di RIPARTIRE IN PRESENZA a settembre perché senza scuola non c’è politica, non c’è giustizia, non c’è uguaglianza, non c’è crescita – né umana, né economica.


PER QUESTO VOGLIAMO

  1. risorse straordinarie;
  2. personale docente e Ata adeguato alle esigenze della scuola;
  3. assunzione dei docenti precari dalle graduatorie provinciali;
  4. che i Comuni e le Province trovino spazi per tutte le scuole di ogni ordine e grado;
  5. investimenti strutturali per l’edilizia scolastica;
  6. prevenzione sanitaria nelle scuole;
  7. Che sia ridotto il numero di studentesse e studenti per ogni classe;
  8. Risorse più ampie e stabili per sostenere chi presenta bisogni educativi speciali.


PER QUESTO NON VOGLIAMO

  1. la riduzione del tempo scuola;
  2. esternalizzazioni (tutto lavoro precario) per completare il tempo scuola;
  3. le ore di 40 min;
  4. la DAD come parte strutturale dell’orario di scuola;
  5. Che ci siano accorpamenti di classi;
  6. Che i luoghi e l’organico che saranno resi disponibili dagli enti locali vengano gestiti da soggetti privati: la scuola deve essere pubblica.


Infine, come assemblea di Priorità alla Scuola Bologna, riteniamo necessario che si apra un ragionamento ampio e collettivo sulla stabilizzazione delle figure educative ed assistenti sociali che già lavorano e collaborano con la scuola.


L’ISTRUZIONE È UN DIRITTO


GramsciAldini

Non c’è sicurezza senza risorse – Sabato 6 giugno si torna in piazza


Dopo le manifestazioni del 23 maggio, il 6 giugno a Bologna si ritorna in piazza per la scuola. Insieme ad altre realtà abbiamo scritto e firmato un appello per un nuovo giorno di mobilitazione.
Invitiamo student@, insegnanti, personale ATA, genitori a partecipare e a condividere la convocazione. Le firme degli aderenti sono in corso di aggiornamento.


NON C’È SICUREZZA SENZA RISORSE

Vogliamo riaprire le scuole alla didattica in presenza, alla vita sociale e affettiva di bambin* e ragazz* che in questi mesi sono stati abbandonat* a se stess*, tutelando la salute di tutta la comunità scolastica.

Un piano straordinario per la scuola è urgente, necessario e giusto.



Come è possibile che lo Stato destini decine di miliardi alle imprese private e riservi alla scuola pubblica solamente 1 miliardo e mezzo per due anni?
Gli stanziamenti sono del tutto insufficienti e laddove sarebbe necessario investire in spazi adeguati, incremento massiccio dell’organico e misure di prevenzione, ci si preoccupa di “device” e connettività.
Per questo le misure presentate in questi giorni non offrono alcuna certezza sui modi della riapertura a settembre.
E’ verosimile immaginare che, senza gli interventi urgenti appena menzionati, al primo allarme bambin*, adolescenti e insegnanti saranno di nuovo rispediti a casa.

In questi ultimi giorni inoltre:

  • è scomparso ogni riferimento al reperimento di risorse straordinarie per la scuola pubblica;
  • vengono proposte riduzioni del tempo scuola;
  • si lascia via libera al fai-da-te delle singole istituzioni e all’arbitrarietà dei singoli dirigenti di decidere turnazioni/alternanze e utilizzo di didattica a distanza (già dalla scuola media! E nonostante il disastro didattico e relazionale che abbiamo vissuto in questi mesi).

Di fronte a un probabile naufragio si spinge sul “si salvi chi può”, si rinuncia così all’idea di un diritto garantito a tutti allo stesso modo.

E ancora:

  • si propone l’esternalizzazione della scuola pubblica mediante ricorso a cooperative o volontariato;
  • non si capisce come si vogliano superare le classi-pollaio;
  • è stata bloccata la stabilizzazione dei/delle docenti precari/ie che da anni lavorano nelle scuole, con il risultato di avere in previsione oltre 200.000 precari in servizio a Settembre.

Tutto ciò è pericoloso non solo per la ripresa a settembre, ma anche (e soprattutto) per il futuro della scuola pubblica.
Questi disordinati brandelli di un’ipotetica soluzione prefigurano in realtà una pericolosa destrutturazione della scuola pubblica che non ha precedenti.


Pochissimi, tra i fondi ingenti che si stanno stanziando per uscire dall’emergenza creata dal Covid 19, sono destinati all’istruzione e all’educazione.
Di fronte a questo scenario ribadiamo: Priorità alla scuola!

L’istruzione e la sicurezza sono diritti.


Genitori, student*, insegnanti, personale ATA, educatrici ed educatori: di nuovo insieme, di nuovo in piazza.


Appuntamento sabato 6 giugno, alle 16, ai Giardini Margherita (Piazzale Jacchia).

Firma (in aggiornamento):
CESP Centro studi per la scuola pubblica
Cinnica
Cobas Scuola
Coordinamento precari/ie della scuola Bologna e Modena
Rete Bessa
SGB – Sindacato Generale di Base